Legenda

A. Riferimenti: ad una voce di IG; a voci di SEG; ad altri repertori; link ad IG / PHI (se presenti) o ad altri database online;
B. Contributi documentali (strettamente epigrafici o archeologici);
C. Contributi al testo (filologici, linguistici, metrici, storici);
D. Contributi presenti in voci di catalogo o in monografie; articoli con trattazioni di più voci di CEG.
OS. Open Sources: database o strumenti di indagine accademica online.

 

A SEG 46.2285; 48.2212; 49.2422; 55.2007; 58.30; 58.1888; 60. 1924; BE 2003.19; IG I3 1208; PHI.
 
D Sourvinou-Inwood 1995; vedi CEG 10.
 
D Stehle 1997; vedi CEG 19.
 
B

Rossi 1999, pp. 29-42; l’articolo esamina i passaggi del rituale funerario attraverso le iscrizioni di compianto funebre. Parte dalla considerazione che negli epitafi arcaici il lamento funebre è associato al pianto e al dolore per la perdita del defunto e che questi sentimenti siano poco indagati nel V secolo, per fare spazio, invece, alla lode del defunto che diviene oggetto di eroizzazione. Considerazioni simili si trovano anche in Sourvinou-Inwood 1996 e nei vari contributi di J. W. Day fra cui segnalo Day 1989, pp. 16-28, il quale ha aperto un’interessante prospettiva per quanto riguarda i Realien perchè, come afferma anche Rossi: <<il ‘messaggio’ trasmesso dall’epigrafe funeraria al suo ‘lettore’ avrebbe tra le sue finalità principali, oltre a perpetuare la memoria del defunto, anche quella di fissare il ricordo del rito funebre per coloro che non erano stati presenti all’evento e non avevano partecipato al funerale, cioè appunto i passanti occasionali che leggevano l’epigrafe>>.  L’idea di Rossi 1997 è che la teoria di Day 1989 possa essere applicata anche a iscrizioni classiche e postclassiche, poiché l’ipotesi stessa di interpretare l’epigrafe come una sorta di ‘riassunto’ del funerale per chi non era stato presente è rafforzata non solo dal numero degli esempi a disposizione ma soprattutto dalla loro distribuzione diacronica. [Per quanto riguarda il numero di iscrizioni a disposizione, il dato è sempre da considerare con sospetto, non possiamo dire con certezza che il IV secolo fu più proficuo degli altri rispetto alla produzione epigrafica epigrammatica stessa perché gran parte delle perdite potrebbero essere imputate solo ed esclusivamente alla distruzione materiale degli oggetti o al loro reimpiego. Credo, inoltre, che se la pratica di scrittura poetica su pietra, attraverso la formulazione di compianti funebri dall’impianto stilistico così solido sia testimoniata dal VII fin oltre al IV secolo, questo indichi che nessuna epoca ne sia stata meno caratterizzata di altre].

Sicuramente, l’aspetto più interessante della teoria di Day è l’attenzione al lamento funebre e i riferimenti al pianto, al lutto, all’idea del λείπειν. In base a queste premesse, Rossi non vede la necessità di ricondurre specificamente alle convenzioni del rapporto poeta-pubblico di un genere letterario come l’elegia[1]: trattandosi di un rituale funerario, quelle convenzioni vanno cercate all’interno del rituale stesso. L’indagine di Rossi procede attraverso la rassegna delle caratteristiche generali dei lamenti funebri arcaici (§ 2, pp. 32-34), e del rapporto con l’elegia trenodica (§ 3, pp.35-36). Fra i motivi topici nei lamenti funebri ricorda (§ 4 pp. 36-41): a) l’esortazione a non piangere rivolta dal defunto ai suoi parenti; b) l’espressione del “viandante, se vai … ricordati di dire ai miei genitori che sono morto”; tra i motivi più tardi ricorda inoltre, c) il paragone del canto luttuoso della madre con quello degli uccelli e d) la considerazione che la morte è ineluttabile per i mortali dato che neanche i figli degli dei riuscirono ad evitarla. In conclusione sostiene che la tradizione del threnos arcaico ereditata dall’epitaphios logos prosastico e dall’epicedio ellenistico potrebbe essere stata continuata proprio negli epitafi su pietra. Tuttavia non è necessario pensare all’eredità diacronica, ovvero al passaggio del testimone da un genere in via d’estinzione ad uno più duraturo e vitale. Al contrario è sufficiente <<supporre che la lamentazione per un defunto, sia nella sua fissazione ‘fotografie’ su pietra, sia nella sua stilizzazione letteraria nei vari generi in cui compare, presentava un aspetto sostanzialmente omogeneo perché riproduceva il modello ‘reale’ del lamento, […] che per sua stessa natura rimase sostanzialmente immutato nelle sue caratteristiche per tutto l’arco di tempo che separa Omero da Nonno>>.

Fra i vari epigrammi di CEG discussi si ricordano in particolare CEG 34, 487 e 518 per quanto riguarda i temi consolatori (soprattutto la condivisione del dolore per la morte) e CEG 470 per quanto riguarda l’atmosfera cerimoniale di lamento durante la sepoltura.

[1] Questa è una posizione in realtà molto condivisa fra gli studiosi che partono sempre dal rapporto fra elegia trenodica e epigramma su pietra. Fra i vari si segnala Martin West, Studies in Greek Elegy and Iambus, Berlin, 1974, pp.22-39 maggiore sostenitore di questa convergenza. Cfr. anche Enzo Passa, L’elegia e l’epigramma su pietra, in <<Storia delle Lingue Letterarie Greche>> a cura di Albio Cassio, 2008, pp. 205-230.

 
C Miller 1999, pp. 191-198; vedi CEG 152. A p. 198 traduce: <<Before the tomb of Antilochus, a brave und wise man, shed a tear, since death waits for you too>>.
 
C Bruss 2005; vedi CEG 1. CEG 34 = Bruss 2005, p. 68 n. 38.
 
D Elmer 2005, pp. 1-39; vedi CEG 13.
 
D Tsagalis 2008; vedi CEG 1. CEG 34 = Tsagalis 2008, p. 321.
 

 B

Schmitz 2010, pp. 25-41; vedi CEG 27.

 
 C

Lougovaya-Ast 2017, pp. 27-42. L’articolo presenta alcune osservazioni sull’uso dei segni di punteggiatura nelle iscrizioni. Fra gli esempi di CEG si sofferma su CEG 13, 14, 16, 34, 434, 435, 454, (per cui vedi voci corrispondenti). A proposito di CEG 34 cfr. p. 35 (con traduzione in inglese). 

Nel corso del contributo, la studiosa sostiene spesso che nelle iscrizioni metrica la punteggiatura sembra essere evitata alla fine del verso, quando questo coincide con il termine della linea epigrafica (un’affermazione che era già in Threatte 1980, pp. 73-84 a proposito delle iscrizioni attiche). Come sostiene la studiosa alla fine del suo contributo (pp. 41-42), tuttavia, questa osservazione è valida solo per una parte delle epigrafi. In effetti, ciò che emerge dall’articolo è che per quanto concerne l’uso della punteggiatura nelle iscrizioni, non sembra essere particolarmente rilevante il dato metrico. In altre parole, che il testo sia o meno in versi non costituisce argomentazione valida a sostenere o meno l’uso della punteggiatura nel testo stesso. Ciò che sembrerebbe, invece, essere dirimente è la tipologia del testo. Consideriamo infatti le iscrizioni di CEG, gran parte di esse1 sono funerarie o dedicatorie e non presentano la punteggiatura se questa coincide con la fine della linea epigrafica. Viceversa, ciò non accade nei testi di natura giuridica. A tal proposito, la studiosa, riflettendo sull’uso di copiare il testo delle leggi soprattutto a scopo di diffusione, si chiede se la necessità di riprodurre il testo tramite copiatura possa spiegare la presenza dei segni di punteggiatura anche in fine di linea epigrafica.

1. Occorre prestare attenzione a questo tipo di osservazioni e tenere in considerazione il fatto che la tipologia dei testi superstiti può essere stata fortemente condizionata sia dalla natura archeologica dei ritrovamenti che dal reimpiego di alcuni materiali. In altre parole, un’iscrizione funeraria – se posta in situ o riutilizzata come riempimento – oppure dedicatoria – che difficilmente cade in ‘disuso’ – ha più possibilità di sopravvivere di un testo metrico iscritto su piccolo vaso o suppellettile.