Titolo Vaso in argilla con iscrizione gastronomica, CEGSuppl. 465a.
Trismegistos TM 897472
Autore e data Alessia Gonfloni, 23 febbraio 2026.
Editio princeps A. E. Raubitschek (AncW 27, 1, 1996, pp. 89-94).
Altre edizioni A. Matthaiou, Ὅρος 10-12, 1992-1998, 469-472.
Bibliografia

Dubois, BE 2000, 586-587, nr. 766; M. Bile, Epigraphie, dialectologie et lexique, in Á. Martínez Fernández (coord.), Estudios de Epigrafía Griega, La Laguna 2009, 119-127: 123.

Testo

ὀψοκόμο̄ κλέος ἐμί· ἐπεὶ ὄψον γ᾽ ούδαμόθ᾽ οὐδέν

εἰ με̄ σόνκοι καὶ κιχόρεια

  Apparato
1. ὄψō Κωμοκλέος, Matthaiou
  Metro

Esametro dattilico

Traduzione

Io sono la gloria di un cuoco, poiché non esiste alcun condimento (valido) da nessuna parte se non cardi e cicoria.

Scrittura Le lettere misurano tra 1.5 e 2.5 cm. Sul corpo del vaso sono dipinte due iscrizioni (A e B). Il testo di B è quello metrico, è definito dagli studiosi “più recente”, ma non sembrano sussistere elementi cronologici e forse tale indicazione è da intendere solo nel significato di “scritta dopo”; senza che ciò implichi uno scarto temporale rilevante. Il testo di A è il seguente: ὀψοκόμοˉ κλέος ∙ ἐπεὶ ὄψ. Esso è dipinto da un’ansa all’altra ed è incorniciato da due linee sottili. Presenta alcune parole che sono ripetute nell’iscrizione metrica che, a sua volta, è scritta sotto il bordo esterno del vaso. Il testo metrico di B inizia nello stesso punto di A, ma termina su una seconda riga ed è seguito da tre croci. Le iscrizioni sono state entrambe dipinte dalla stessa mano e sono retrograde. Il testo di A presenta inoltre l’omissione del verbo ἐμί e una grafia diversa della congiunzione ἐπεί (così in A, ἐπὲ in B).
Sono presenti punti di interpunzione che separano le frasi.Secondo l’ed. pr. la forma delle lettere, se confrontata con le tavole di LSAG, presenta tratti in comune con quelle del gruppo “Acaia e colonie”, in particolare per le lettere psi, gamma e per il segno di punteggiatura. Questo elemento rafforzerebbe l’ipotesi di una provenienza del testo dall’Italia meridionale o dalla Sicilia. Dubois, BE 2000 nr 766, inserisce il suo contributo al testo nella sezione “Sicilie et Italie”. Che si tratti di un’iscrizione dipinta in una colonia achea sembrerebbe garantito dall’uso di psi a forma di stella, dal gamma tracciato con un solo tratto verticale, dall’uso del san per la sibilante e dello iota a tre tratti, nonché chiaramente per l’uso del cosiddetto chi “rosso”.Disegno del testo ad opera di A. E. Raubitschek AncW 27, 1, 1996, p. 93, fig. 6.L’omissione del verbo nel testo di A potrebbe lasciar intendere un ripensamento (forse dovuto a errore di trascrizione) nella realizzazione, con conseguente “isolamento” visivo del testo (racchiuso fra due linee) e nuova realizzazione in posizione altra (da qui l’idea del “più recente” attribuita al testo di B).
Lingua Nessun elemento dialettale da rilevare. Il registro linguistico sembra appartenere ad un linguaggio comico-popolare, per l’accostamento del termine κλέος al verbo ἐμί in un sintagma insolito (vedi commento).  La presenza di termini appartenenti alla terminologia gastronomica riporta ad un contesto quotidiano (popolare?).
Supporto
  1. Tipologia del supporto: vaso con coperchio.
  2. Materiale: argilla.
  3. Dimensioni: h. 25,7 cm.
  4. Stato di conservazione: buono.
  5. Luogo di ritrovamento: non noto.
  6. Luogo di conservazione: non noto (collezione privata).
Cronologia  VI a.C.
Commento

La prima pubblicazione del vaso e della sua iscrizione è ad opera di A. E. Raubitschek nel 1996, cui seguono una serie di osservazioni di altri studiosi che indagheremo fra poco (cfr. bibliografia). Le fotografie presenti nell’articolo di Raubitschek sono state concesse da Robert Hecht Jr. tramite Jasper Gaunt (p. 89). Una menzione del vaso dovrebbe essere presente nel catalogo dello stesso Hecht: Robert Hecht, Jr., From a North American Collection of Ancient Art, p. 11 (datazione e luogo di pubblicazione di questo catalogo non sembrano essere noti, cfr. anche SEG 48.2076). Pare sia presente in questa pubblicazione una traduzione di Hecht del testo metrico.

La lettura del testo seguita da A. E. Raubitschek è quella di Sir Kenneth Dover, cfr. p. 89 n. 3. Quest’ultimo, inoltre, ha affermato, per  corrispondenza, che il testo sarebbe metrico. La traduzione proposta da Raubitschek è dunque: “I am the  κλέος of an by ὀψοκόμος, since there is no ὄψον anywhere except thistles and chicory”.

Ciò porta Raubitschek a concludere che il vaso contenesse una salsa di sonchi (una tipologia di cardo) e cicoria; inoltre lo studioso confronta il passo con il celebre distico di Esiodo ne Le opere e i giorni (vv. 40-41), che fa riferimento anch’esso a erbe o ortaggi. L’identificazione dell’ὄψον con una salsa preparata con queste due erbe, è stata suggerita anche da Julie Hansen all’ed. pr. (29 aprile 1994, cfr. p. 91). R. ne conclude che il vaso servisse dunque a conservare questa salsa, e l’iscrizione funzionava «as a poetic and witty advertisement». Non ho tradotto questa parte perché mi sembra che definire l’iscrizione una “pubblicità” sia veramente eccessivo. Nei varia, per la loro natura, trovano spesso luogo testi di natura “giocosa” o più leggera, qui mi sembra di essere di fronte ad un testo la cui natura sia più didascalica, del tipo “sono questo, servo a questo”; certamente con finalità giocosa. Ma il termine pubblicitario mi sembra fuorviante, anche se ricorre pure in Dubois che usa “reclame”. Non mi è chiaro, inoltre, quale sia l’oggetto della “reclame”: il vaso? il suo contenuto? entrambi?
Se accettiamo la scansione ὀψοκόμο̄ κλέος ἐμί, il contenuto sembra giocoso anche per il sintagma kleos + verbo essere

Il contributo dell’ed. pr., fornisce anche una serie di indicazioni e alcune osservazioni sulle erbe citate nell’iscrizione; si cita inoltre Platone, Gorgia 518B per la menzione di un libro di cucina siciliana scritto da Miteco.

Nel suo contributo su BE 2000, nr 766, Dubois afferma che il termine ὀψοκόμος non è attestato altrove, ma composti come ὀψοφάγος o ἱπποκόμος potrebbero aiutare a comprenderne il significato, forse simile a quello di «buongustaio».

Di diverso avviso era invece Matthaiou, (vedi bibliografia e apparato) che basandosi sull’ antroponimo Komokles attestato a Eretria, intende “sono di Komokles”, interpretando la prima parola ὄψō come un genitivo predicativo; Dubois rigetta questa interpretazione, quanto meno per la mancanza di altre occorrenze simili relativamente all’uso di ὄψō come genitivo predicativo. Egli infatti ritiene che l’interpretazione più plausibile sia: «Io sono la fama del preparatore di condimenti».

Anche la proposizione successiva presenta qualche criticità. La successione delle due forme negative potrebbe essere intesa come in Eur., Ifigenia in Tauride 115, con valore rafforzativo, ma anche all’inverso come  in Demostene (Contro Leptine 180 e fr. 168 di Euripide). Poiché non è certo che il primo avverbio abbia qui valore locativo, Dubois avanza la seguente ipotesi di traduzione: «Infatti è proprio vero che i condimenti non valgono nulla, se non contengono sonco e cicoria».

Lo studioso conclude ricordando che il sonco e la cicoria sono, per gli antichi, due piante considerate commestibili (propone un cfr. con Teofrasto, Historia Plantarum 5, 4, 8, e Dioscoride II, 1, 55).

Il sintagma κλέος+verbo essere è interessante. Da una ricerca condotta su PHI, appare in contesti del tutto diversi, come quello di IG XII, 1 737 (SEG 26.865, ll. 3-4): ℎίνα κλέος εἴη. Anche in letteratura, l’uso più comune con il verbo essere è quello con funzione di predicato verbale: il termine è frequente in epica, ma compare anche nei tragici (Sofocle e Euripide), soprattutto come complemento oggetto del verbo ἔχω. L’accostamento, nel nostro caso, sembra produrre un effetto comico, (sto pensando in particolar modo al concetto di κλέος e alle sue implicazioni socio-culturali e soprattutto all’accostamento con i due termini successivi σόγκος e κιχωρη). 

Immagini

Figg. 1-5. Immagini dell’iscrizione sul vaso di argilla. Riproduzione da A. E. Raubitschek AncW 27, 1, 1996, pp. 91-93.